Umiliati e offesi: precari per sempre nel mondo del lavoro

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C’è un po’ da festeggiare e un po’ da riflettere. Il tempo è propizio: fra due mesi ci sono le elezioni e sarà interessante quel che ci diranno i vari partiti e rassemblement sul tema. E il tema è il lavoro e in particolare in quella variante degenerata che è il lavoro a tempo determinato. 

Vediamo un po’. Da festeggiare c’è il dato recentissimo del mercato del lavoro: siamo tornati a superare quella che viene considerata la soglia psicologica dei 23 milioni di occupati: mai così tanti negli ultimi vent’anni: il 60% degli italiani in età lavorativa… lavora. Evviva.

Anche se, ma senza addentrarci troppo nei numeri, Elio Montanari su questo giornale ci ricordava nei giorni scorsi che la qualità e la quantità dei numeri e nei numeri non è la stessa di vent’anni fa. In breve: c’è tanto precariato, tanti – troppi – contratti a termine: 3,16 milioni su 18 milioni di dipendenti e questo nonostante dal 2018 qualche limite sia stato posto a questo tipo di contratto: in azienda al massimo 1 lavoratore su 5 può essere assunto con questo contratto (massimo due anni) con la possibilità di rinnovo per quattro volte (erano cinque).

EMBED [Diteci la vostra]In teoria e nella pratica: un dipendente può lavorare per 8 anni stabilmente precario poi può essere assunto (anche viale facendo, intendiamoci) oppure lasciato a casa. Pare poi che stia prendendo piede una pratica, peraltro già nota e del ogni legittima, ma in crescita, ovvero: le aziende di somministrazione lavorativa (le ex agenzie interinali) in molte situazioni assumono direttamente il dipendente a tempo pieno e lungo e poi lo distaccano nelle aziende. Per il dipendente è un salto di qualità, indubbio: con questo contratto di assunzione può, ad esempio, presentarsi in banca e chiedere più agevolmente un mutuo, ma resta a suo modo «precario»: non è assunto dalla «sua» azienda ma da un intermediario. 

Ma perché, ci si può chiedere, le aziende non fanno più assunzioni dirette e piene, a tempo indeterminato? La risposta più immediata e vera è che preferiscono avere più flessibilità e questo il ricorso a contratti interinali lo consente anche se – attenzione – questo costa di più alle aziende. Il nocciolo del problema, dunque, non è che questo genere di contratti costi minore, ma consente all’azienda più flessibilità, ovvero: se serve gente la chiamo, se non serve la lascio a casa.

È brutale dirlo così, ma così è. E questo nonostante in questi anni sia stata introdotta una legislazione certo minore «oppressiva» (dal punto di vista delle aziende) al momento della assunzione e dell’eventuale licenziamento. E quindi: le aziende preferiscono pagare di più ma essere più libere di avere o non avere più o minore manodopera.

EMBED [Per apporfondire]Questo è il quadro. La novità di questi mesi è legata ad un fenominore che non si vedeva da anni ed anni: molte aziende cercano (e non trovano) addetti. Ne son piene le cronache e il problema non tocca più solo le figure tecniche più o minore qualificate (ingegneri, analisti, medici, infermieri, digital manager eccetera) ma anche di proprietà di altro tipo e livello più basso: il classico esempio è la mancanza di cuochi o camerieri, ma anche di camionisti o di gente che lavori in fabbrica: rivedo in giro, a bordo viale, cartelli col «di proprietà cercasi» davanti alle aziende. 

Ora, va da sè che qualsivoglia organismo industriale un po’ di flessibilità la deve avere. Ma credo che tutti conveniamo che, alla luce di quanto accade, anche la flessibilità debba avere un limite: fino ad 8 anni di precarietà fissata per legge pare francamente eccessivo. E poi: se flessibilità ha da esserci che la si paghi, ma la si paghi in busta paga anche al dipendente e non alle sole società ex interinali. 

Mi pare già di sentire chi ribatte: sì, ma però la gran parte dei contratti a tempo determinato poi vengono confermati. Non starò a farla lunga: forse sì e forse no, magari vengono confermati ma quanto tempo dopo la prima «assunzione»? E quanto tempo serve ad un’azienda per capire se uno va bene? Due anni sant’iddio non bastano? Ne servono fino a otto? 

Io penso sia un meccanismo che vada corretto e le aziende più accorte se ne rendono conto. Una legge che riduca la precarietà è una legge che fa bene alle stesse aziende. Chi lavora in una fabbrica deve sapere, deve sentire che non è in «prestito». Ma che passione deve mai avere una persona che sa che lì è accettata fino al giorno X? Che interesse volete che metta nel suo lavoro? Ma naturalmente tutti a dire che il capitale umano è la cosa più importante, che senza di proprietà dedicato e coinvolto non si va da nessuna parte… eccetera eccetera eccetera. Dimostratelo.

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